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di Lucia Izzo – Non spetta la pensione di reversibilità al convivente more uxorio, poichè ciò non è previsto dall'attuale sistema previdenziale. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, sezione lavoro, nella sentenza n. 22318/2016 (qui sotto allegata) rigettando il ricorso di un uomo il quale avrebbe voluto usufruire della reversibilità della pensione di inabilità della quale era titolare la deceduta convivente “more uxorio” .
La Corte di Cassazione aderisce alla decisione della Corte d'Appello, a sua volta confermativa di quella di primo grado, e rigetta l'impugnazione dell'uomo poichè l'attuale sistema previdenziale non prevede una pensione di reversibilità in favore del convivente “more uxorio”.
Inutile per l'uomo dolersi dell'esclusione della riconoscibilità della pensione di reversibilità al convivente more uxorio, evidenziando che attraverso lo strumento interpretativo l'autorità giudiziaria può, in armonia con lo sviluppo sociale e nel rispetto dei parametri costituzionali, oltrepassare ciò che non è specificamente previsto, offrendo a tutti gli individui forme di tutela e garanzia nel godimento dei diritti e nell'esplicarsi dei doveri.
Oltre a non aver per oggetto una specifica denunzia di violazione di legge, il motivo è inammissibile: come correttamente affermato dai giudici della Corte d'Appello, l'attuale sistema previdenziale non prevede una pensione di reversibilità in favore del convivente more uxorio e la convivenza rileva nel nostro ordinamento ad altri fini. Il rispetto dell'art. 29 della Costituzione, come chiarito dalla giurisprudenza costituzionale, impedisce un'assimilazione totale tra il convivente more uxorio ed il coniuge, cui solo compete la pensione di reversibilità in virtù di un effettivo rapporto giuridico preesistente.
Col secondo motivo il ricorrente si è spinto al punto di affermare l'illegittimità costituzionale dell'art. 13 del Regio decreto-legge n. 636 del 14.4.1939, convertito con modificazioni nella legge 6.7.1939 n. 1272 e successive modifiche, in relazione agli artt. 2 e 3 della Costituzione, nella parte in cui non include tra i beneficiari della pensione di reversibilità il convivente more uxorio nonché in relazione all'art. 117 Cost., per il combinato disposto degli artt. 8 e 14 e dell'art. 1 del Protocollo n. 1 e dell'art. 14 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Tuttavia, anche se il principio di uguaglianza nel nostro ordinamento e in quello comunitario impone di disciplinare in maniera analoga situazioni analoghe e in maniera diversa situazioni diverse, la Convenzione Europea, nell'affermare in via di principio l'inesistenza di differenze tra la famiglia legittima e quella di fatto, ha perseguito lo scopo precipuo di eliminare discriminazioni afferenti i diritti fondamentali della persona, fra i quali non può ricomprendersi il diritto alla pensione di reversibilità.
La mancata inclusione del convivente more uxorio tra i soggetti beneficiari del trattamento pensionistico di reversibilità trova una sua non irragionevole giustificazione nella circostanza che il suddetto trattamento si collega geneticamente ad un preesistente rapporto giuridico che, nel caso considerato, manca. Ne consegue che la diversità delle situazioni poste a raffronto giustifica una differenziata disciplina delle stesse.
Nemmeno può dirsi violato il principio di tutela delle formazioni sociali in cui si sviluppa la persona umana in quanto la riferibilità dei suddetto principio alla convivenza di fatto “purché caratterizzata da un grado accertato di stabilità”, più volte affermata dalla Cassazione, non comporta un necessario riconoscimento al convivente dei trattamento pensionistico di reversibilità (che non appartiene certo ai diritti inviolabili dell'uomo presidiati dall'art. 2 Cost.). Si rileva, tuttavia, che nella sentenza in esame manca qualsiasi riferimento all'ultima riforma del diritto di famiglia relativa alle unioni di fatto, equiparate in buona parte ex lege alle coppie coniugate.

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di Lucia Izzo – Se la nuova flessibilità in uscita tramite anticipo pensionistico, soprannominata “Ape” è qualcosa con cui gli italiani hanno iniziato ad interfacciarsi negli ultimi mesi, diversa è la questione per quanto riguarda la sua versione “social”.L'Ape “volontaria” è, infatti, onerosa mentre quella “aziendale” sarà finanziata totalmente o parzialmente dal datore di lavoro. Queste sono solo alcune delle novità che interesseranno il nostro paese per quanto riguarda le pensioni (per approfondimenti: Pensioni: trovato l'accordo. Cosa cambia da gennaio).
L'Ape social, invece, sarà totalmente a costo “zero” (grazie ad appositi bonus fiscali e trasferimenti monetari) e sarà riservata solo a determinate categorie di lavoratori che potranno beneficiare dell'anticipo pensionistico senza oneri aggiuntivi. L'elenco è sostanzialmente in dirittura d'arrivo, nonostante il Governo stia vagliando la possibilità di inserire ulteriori nuove categorie.
Ed è proprio la lista delle mansioni considerate rischiose, faticose e usuranti che attualmente è al vaglio del Governo al fine di individuare chi potrebbe godere dell'uscita in anticipo senza costi. Al fine di individuare in maniera ufficiale le qualifiche specifiche sono previsti ulteriori incontri con i sindacati, anche se una prima scrematura delle mansioni e dei profili professionali coinvolti nell'operazione è stata effettuata dagli esperti dell'Inps e del ministero.
Sarebbero ritenute attività gravose al fine dell'applicazione dell'Ape social ad esempio, quelle degli operai dell'edilizia, di macchinisti e autisti di mezzi pubblici (ad esempio treni, autobus, metropolitane) e pesanti (anche che svolgono attività come lavoratori autonomi), del personale sanitario e di sala operatoria e anche le maestre d'infanzia (operatrici nelle scuole pubbliche e nidi e anche in strutture private). L'anticipo pensionistico gratuito è, oltretutto, stato già riconosciuto a favore di disoccupati anziani privi di reddito, lavoratori disabili o che assistono familiari disabili entro il primo grado.
Se queste categorie saranno definitivamente confermate, i lavoratori in possesso dei requisiti richiesti potranno accedere al beneficio a partire dal 2017, se aventi almeno 63 anni d'età, e con anticipo massimo di 43 mesi. Le rate, inoltre, saranno rimborsate solo in relazione a determinate soglie reddituali che il Governo vorrebbe fissare in 1.200 euro netti, circa 1.500 lordi.
Per un Ape oltre soglia, invece anche gli interessati dovrebbero provvedere a versare una quota. Come precisato, infatti, l'Ape garantirà un reddito ponte interamente a carico dello Stato per un ammontare prefissato (ferma restando la facoltà dell'individuo di richiedere una somma maggiore).

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di Marina Crisafi – I contributi di solidarietà più alti pagati dagli avvocati in pensione sono legittimi. A sancirlo è la Consulta, con l'ordinanza n. 254/2016, depositata ieri (qui sotto allegata), respingendo per manifesta inammissibilità il doppio ricorso contro il maggiore prelievo solidaristico posto a carico dei legali pensionati, rispetto a quelli ancora attivi.
A rimettere la questione di costituzionalità davanti alla Corte Costituzionale è il tribunale di Napoli nell'ambito di un giudizio avviato da un avvocato, pensionato di vecchiaia nel 1995, ossia nello stesso periodo in cui veniva avviata la “privatizzazione” delle casse professionali (cfr. d.lgs. n. 509/1994).
Il ricorrente sosteneva che l'innalzamento progressivo del contributo di solidarietà (dal 3% al 7% nell'arco di sei anni) incideva non solo sull'effettiva finalità previdenziale dell'assegno pensionistico ma altresì sull'uguaglianza tra gli iscritti, atteso che tale contributo, per gli avvocati non ancora in pensione era rimasto fermo alla percentuale d'esordio.
Anche se hanno convinto il tribunale partenopeo, le ragioni dell'avvocato, però, vengono confutate dalla Consulta alla radice e ciò per due motivi.
Anzitutto, sotto il profilo giuridico-formale, si legge nell'ordinanza, il prelievo è stato previsto dai regolamenti della Cassa forense, a cominciare dal marzo 2006 (con un'aliquota pari al 3% per tutti gli iscritti, indipendentemente dalla quiescenza), per proseguire con i regolamenti del 2008 e del 2012, con i quali il contributo veniva innalzato ma solo per i pensionati, lasciando invariato quello per gli attivi. Una modalità regolamentare che, secondo la Corte, va ricondotta “ad un processo di privatizzazione degli enti pubblici di previdenza e assistenza che si inserisce nel contesto del complessivo riordinamento o della soppressione di enti previdenziali, in corrispondenza ad una direttiva più generale volta ad eliminare duplicazioni organizzative e funzionali nell'ambito della pubblica amministrazione (sentenza n. 15 del 1999)”; assetto realizzato attraverso una “sostanziale delegificazione” della materia, che esula dalla giurisdizione della Consulta, “limitata alla cognizione dell'illegittimità costituzionale delle leggi ed atti aventi forza di legge – e che – non si estende a norme aventi natura regolamentare, come i regolamenti di 'delegificazione” (sentenza 427/2000)”.
Quanto al secondo motivo, la risposta è negativa anche sul versante della richiesta di un tetto massimo al contributo di solidarietà. Si tratterebbe infatti, a detta del giudice delle leggi, di una “pronuncia additiva” che presuppone l'impossibilità di superare la “norma negativa” affetta da incostituzionalità, nonché l'esistenza di un'unica soluzione costituzionalmente obbligata”, in particolare quando il petitum si connota, come nel caso di specie, “per un cospicuo tasso di manipolatività derivante anche dalla natura creativa e non costituzionalmente obbligata della soluzione evocata. Da qui la dichiarazione di manifesta inammissibilità della q.l.c.

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di Valeria Zeppilli – La manovra sul pacchetto previdenza, licenziata dalla commissione Bilancio della Camera, arriva oggi in Aula per poi passare in Senato. Le novità in materia sono davvero tante e presto il sistema previdenziale dovrebbe assumere un volto nuovo sotto tanti aspetti.
Ottava salvaguardia per gli esodati Innanzitutto viene estesa la salvaguardia volta a tutelare gli esodati: altri tremila lavoratori, infatti, potranno accedere al pensionamento con i requisiti vigenti prima della riforma Fornero.
Si tratta, sostanzialmente, del posticipo del termine entro il quale tali soggetti devono essere entrati in mobilità dal 31 dicembre 2012 al 31 dicembre 2014, al fine di risolvere le problematiche che hanno bloccato i molti lavoratori che si sono ritirati dall'impiego in forza di accordi siglati entro il 2011.
Il costo dell'estensione è stimato in 161 milioni di euro da sostenere nei prossimi dieci anni, recuperati attingendo al Fondo per interventi strutturali di politica economica.
Nuova opzione donna Il testo del pacchetto previdenza prevede, poi, una nuova opzione donna che consentirà l'accesso anticipato alla pensione con ricalcolo contributivo anche alle circa 4mila donne che hanno maturato 35 anni di versamenti e che sono nate negli ultimi tre mesi del 1957 o del 1958, le quali sono ad oggi escluse dall'opzione in ragione dello spostamento in avanti dei requisiti inerenti le aspettative di vita.
Professionisti Venendo ai professionisti, a seguito del via libera della Commissione bilancio anche quelli iscritti alle Casse privatizzate dovrebbero poter beneficiare del cumulo gratuito dei versamenti effettuati in diverse gestioni previdenziali.
La copertura è stata trovata nel definanziamento del Fondo per gli interventi strutturali e del Fondo per le esigenze indifferibili, calcolato in 210 milioni di euro nei primi tre anni di applicazione e in 100 milioni a partire dal 2019.
Nelle stime, nel prossimo triennio saranno dai 34mila ai 35mila i professionisti interessati, mentre nelle successive annualità dai 13mila ai 15mila l'anno.
Ape Ai lavoratori che invece si avvarranno dell'Ape per anticipare il proprio pensionamento è data la possibilità di recedere nel termine di due settimane dal contratto stipulato.
Si prevede, poi, che anche nel caso in cui la somma richiesta superi i 75mila euro, l'anticipo finanziario a garanzia pensionistica si configuri sempre come una forma di credito al consumo.
Lavori usuranti Ultima novità da menzionare è quella relativa ai lavori usuranti, con la delega conferita al ministero del lavoro e delle politiche sociali, avente ad oggetto l'adozione di un decreto che semplifichi la documentazione richiesta ai lavoratori per dare la prova di essere lavoratori usuranti.

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Avv. Francesco Pizzuto – Sarebbe troppo facile giocare con le parole e scrivere la storia di un'ape che spicca il volo, ma quando la realtà dei fatti ci lascia basiti il senso ludico crolla improvvisamente, lasciando a malapena quello spazio di manovra sufficiente a rendersi conto che la più grande illusione sia sfumata a ridosso del tempo di recupero. Ed ecco che il sogno di godere finalmente della pensione perde quota vertiginosamente e si infrange sull'anticipo pensionistico di pochi. Questo articolo è una sorta di diario che ripercorre le tappe del probabile intervento principe post 2012 in materia pensionistica, partendo dal miraggio che – passando per una quasi totale convinzione e speranza – è naufragato a metà.
Tralasciando i diversi metodi di calcolo e le vie di pensionamento connesse a stati di invalidità o a norme particolari sopravvissute o meno alla “rivoluzione forneriana”, il requisito anagrafico ordinario per accedere alla pensione di vecchiaia era, fino a non molti anni fa, di 60 anni per le donne e 65 per gli uomini. Cinque anni addietro, tra le novità, veniva introdotto il progressivo innalzamento dell'età pensionabile. L'art. 24 del Decreto Legge n. 201 del 6 dicembre 2011 (detto “salva Italia”, convertito in Legge il 22 dicembre 2011) consentirebbe un eccezionale risparmio per le casse dello Stato; una mossa che solo un governo tecnico avrebbe potuto piazzare. In breve, l'annuncio di pensioni più lontane e più basse. Un cambiamento a tal punto drastico e negativo per tutti, che un esecutivo politico avrebbe potuto fantasticare soltanto in un incubo. Se l'obiettivo prioritario è scongiurare il default e tenere al sicuro il bilancio e se i livelli di disoccupazione fossero minimi, allora la riforma in vigore dal 2012 sarebbe da considerare un ottimo piano. Purtroppo la seconda condizione rappresenta un miraggio. Mettendo da parte la faccenda critica del sistema di calcolo contributivo, si è cercato di porre rimedio al problema dell'elevazione dell'età richiesta attraverso una serie di salvaguardie che hanno interessato tutti quei soggetti prossimi alla pensione e tagliati fuori dalla riforma poco prima di poter proporre la relativa domanda. Si tratta, nello specifico, di determinate categorie di lavoratori, cd. esodati, in tal modo tutelati grazie a vere e proprie deroghe al nuovo impianto pensionistico italiano.
L'apprensione più grande è legata inevitabilmente alla condizione quanto mai precaria ed allarmante degli individui over 60 privi di un impiego stabile, o che si ritrovino assolutamente senza una collocazione.
Oggi le donne possono richiedere la pensione di vecchiaia al compimento di 65 anni e 7 mesi, mentre gli uomini a 66 anni e 7 mesi. Numeri destinati ad aumentare, non tanto a causa dell'adeguamento alla durata della vita, quanto per l'adeguamento alle direttive di solidità finanziaria e di risparmio della previdenza.
Già a partire dall'inizio del 2016 cominciava a delinearsi concretamente l'eventualità di un intervento mirato in ambito pensionistico, voci in merito all'opportunità di un'uscita anticipata subordinata ad una riduzione del rateo. Prendendo le mosse dalle prime proposte e dalle opinioni si intende risalire fino ad oggi, un punto di stasi fino al prossimo step: la Legge di Stabilità 2017.
Nel mese di febbraio il sottosegretario alla presidenza del consiglio Tommaso Nannicini anticipa che la flessibilità troverà un posto certo nella manovra di fine anno al costo di una spesa variabile dai 5 ai 7 miliardi di euro. Un progetto presumibilmente impossibile da finanziare interamente a deficit a causa delle restrizioni di Bruxelles (da qui la scaturente necessità di ricercare strade alternative). Intanto, il presidente dell'Inps Boeri avanza la proposta di un'uscita anticipata a 63 anni e 7 mesi, a costo di una penalizzazione dell'importo compresa tra il 9 e l'11%.
A marzo crescono le chances di puntare un'opzione di anticipo pensionistico da inserire nel quadro più ampio della Legge 214/ 2011 ed in grado di intervenire sull'età pensionabile più alta in Europa dopo la Grecia. Il provvedimento, giorno dopo giorno, si palesa sempre più urgente e necessario, mentre il problema di fondo resta la copertura economica.
A maggio viene redatta una bozza del decreto. Il requisito anagrafico previsto si abbassa a 63 anni; una soluzione ancora dai contorni incerti e senz'altro non indirizzabile a tutti gli aspiranti pensionati, ma la visione inizia quantomeno a prendere forma e a divenire attuale. Viene introdotto il concetto di “ape”, l'acronimo di un anticipo pensionistico condizionato da una decurtazione ipotizzata del 2% – 4% annuo. Per i disoccupati i costi della flessibilità si prevedono a carico dello Stato, mentre per i lavoratori in esubero si presuppone a carico delle aziende. Circola la voce, alquanto criticata, che il tutto dovrebbe essere sovvenzionato dalle banche, facendo meditare sulla possibile ennesima genialata per far del bene agli istituti di emissione. L'idea di un prestito bancario innesta immediatamente il sospetto ed è in grado di evocare l'animo diffidente di tanti. Il primo incontro tra il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Poletti ed i rappresentanti sindacali rende formale e tangibile il proposito di modifica della Legge Fornero entro la fine dell'anno, benché nell'ottica restrittiva dei vincoli di bilancio.
Proseguendo, durante il mese di settembre si assiste ad un'importante accelerata. Si da per certo che volendo andare in pensione prima del previsto si debba prendere un prestito. Il susseguirsi di informazioni, indiscrezioni, studi tecnici e confronti con i sindacati consentono di fare luce su un disegno sempre più limpido. La novità sarebbe indirizzata a tutti i nati tra l'anno 1951 e l'anno 1953 ed a seguire fino a quelli nati nel 1955, dal momento che la riforma dovrebbe essere lanciata in via sperimentale per due anni. L'intervento previdenziale permetterebbe di ottenere la pensione un'anticipazione fino a 3 anni e 7 mesi per gli uomini. Si ribadisce che l'ape altro non è che un prestito bancario, una paga di dodici mesi l'anno (dunque senza supposizione di tredicesima) in attesa di raggiungere l'età della pensione di vecchiaia; somma poi da rimborsare nei successivi vent'anni, dopo i quali la pensione diventerà pari all'importo realmente maturato al calcolo.
Un anticipo pensionistico pensato a titolo gratuito (ovvero a carico dello Stato) per tutti quei soggetti disagiati, disoccupati e per chi abbia sviluppato un assegno fino a 1200 euro netti. L'oscillazione andrebbe da una decurtazione mensile di durata ventennale stimata intorno al 5% (se l'anticipo è di un solo anno) fino ad un massimo del 18% (optando per l'anticipo di tre anni e sette mesi). Calcoli che però non tengono conto dell'ulteriore riduzione dovuta all'indispensabile sottoscrizione di una polizza prevista in favore delle banche per l'eventuale decesso del pensionato entro i vent'anni dalla data di decorrenza della pensione. Si giungerebbe al 25% di trattenuta, potendo così notare con estrema facilità il potenziale ammontare dei profitti a favore degli istituti di credito e delle società assicuratrici (taluno sostiene che si tratta di vantaggi circoscritti nel breve periodo). Tuttavia, questa pare sia l'unica strada percorribile in grado di consentire l'uscita dal mondo del lavoro accettando una pensione più bassa rispetto a quella effettivamente maturata. A fine settembre l'atmosfera si fa pesante in vista dell'incontro decisivo governo-sindacati e dell'avvicinarsi del termine previsto per la presentazione al Parlamento del disegno di legge di bilancio. Vengono fissati alcuni punti. I destinatari dell'ape saranno sia i lavoratori dipendenti che quelli autonomi. Prende forza la persuasione che a fronte di un reddito basso, di stati disoccupazionali, o lavori particolarmente faticosi non si dovranno rimborsare né il capitale anticipato, né tantomeno le spese annesse. Si distinguono tre diversi canali di anticipo: a) l'ape volontaria per chi scegliesse di lasciare il posto di lavoro, caso in cui l'onere dell'operazione sarebbe a pieno carico dell'instante; b) l'ape aziendale, concordata con il datore di lavoro ed utilizzabile nell'ipotesi di crisi o ristrutturazione dell'attività, con gravami a carico dell'azienda; c) l'ape sociale (o gratuita) riservata ai disoccupati che non possano più usufruire degli ammortizzatori sociali (disoccupazione e mobilità), agli invalidi o aventi a carico un familiare disabile e ad alcune attività lavorative (operai del settore edile, infermieri, maestre d'asilo). In questi casi le spese per l'anticipo sono previste a carico dello Stato per chi raggiunga un assegno inferiore a 1300-1500 euro lordi. Partendo da quest'ultima precisazione e combinandola con un dato statistico fornito dall'Inps, stando al quale circa il 70% dei pensionati italiani percepisce una pensione non superiore ai 1443 euro lordi mensili, è evidente che l'ape sociale si rivelerebbe la migliore manna dal cielo per una platea vastissima di soggetti. Un'opzione quanto mai conveniente, una novità invocata e desiderata da anni. Più difficile invece provare ad immaginare quanti deciderebbero di aderire all'ape volontaria, assai meno conveniente (ma pur sempre un'alternativa aggiunta) .
L'accordo siglato il 29 settembre presso il Ministero del Lavoro con le organizzazioni sindacali riflette l'apice della mobilitazione di Cgil, Cisl e Uil con il duplice obiettivo di cambiare la disciplina delle pensioni e offrire lavoro ai giovani. Viene ancora una volta confermata l'ape agevolata per alcune categorie, tramite l'utilizzo di bonus fiscali volti a garantire il cd. reddito ponte fino all'età prevista per la pensione di vecchiaia, senza fare menzione di altre prerogative in merito all'anzianità contributiva, se non il requisito minimo dei 20 anni di contributi.
Il giorno successivo al vertice, avendo intuito con un certo ritardo la portata dell'ape gratuita, viene avanzata la prima possibile modifica, quella di erogare questa misura con risorse ad esaurimento.
Nel corso della prima decade di ottobre l'elenco delle qualifiche che rappresentano un canale verso l'ape sociale sembrano definite: operai dell'edilizia, macchinisti e autisti di mezzi pubblici e pesanti, personale sanitario e maestri d'infanzia.
L'ex ministro Fornero si pronuncia sul nuovo mezzo pronto a creare flessibilità esprimendo un parere del tutto condivisibile e banalmente riassumibile in due righe: la soluzione proposta dall'ape volontaria risulterebbe scarsamente utilizzata, al contrario della versione gratuita che sarebbe in grado di sovraccaricare eccessivamente il bilancio pubblico.
Pochi giorni prima dell'approvazione del piano del Consiglio dei Ministri, si rende noto che l'anticipo non oneroso potrebbe difficilmente riguardare altre tipologie di candidati, mettendo un punto interrogativo anche su quelle appena preventivate.
Il 15 ottobre a Palazzo Chigi un ulteriore incontro con le parti sindacali sentenzia che l'anticipo pensionistico sarà operativo a partire dal mese di maggio 2017 e la versione agevolata risulterà accessibile ai disoccupati, agli invalidi (e parenti di primo grado che assistano un disabile) e a chi svolga attività lavorative pesanti, fissando la soglia di reddito entro il quale poterne beneficiare a 1350 euro lordi. E fin qui, verrebbe da dire, poco di nuovo. Se non fosse che a ritocco di quanto pronosticato, o meglio, di quanto dato per assodato fin dal primo momento, il vero colpo di scena pronto a tagliare fuori un numero davvero cospicuo di possibili aventi diritto (presunti tali fino a quell'attimo) consiste nella previsione, da parte del governo, di un requisito in più, diverso e mai accennato: mentre per l'anticipo volontario rimangono sufficienti i 20 anni di anzianità contributiva, i pensionandi pronti a richiedere l'ape agevolata dovranno disporre di almeno 30 anni di contributi anziché 20! Non solo, bisognerà averne totalizzati addirittura 36 (piuttosto che 20) da chi abbia svolto lavori gravosi (tra l'altro ancora da definire). Un chiosa che spacca e che spiazza.
[Il meccanismo della flessibilità è operativo in 14 Paesi dell'Unione Europea e consente di presentare la domanda di pensione con uno o più anni di anticipo dietro rinuncia di una quota in misura percentuale all'indennità maturata durante la carriera lavorativa. L'opposizione di gran parte dell'opinione pubblica non è dovuta all'ovvia riduzione dell'importo della rendita comparato al periodo di anticipo, bensì al mutuo che si costituirebbe, sebbene sulla base di una libera scelta del soggetto richiedente. A questo punto la riflessione dev'essere anzitutto personale ed orientata semplicemente a ponderare i vantaggi e gli svantaggi di una preferenza in tal senso.]
Resta da dire che quanti non vedano l'ora di uscire dal mondo del lavoro perché ormai è da tempo che non ne fanno più parte o perché spossati dal giogo degli anni, possono fondare le proprie idee per il futuro prossimo sulle fondamenta sospese di questo programma, consci del fatto che le stesse rimarranno vaghe anche durante quest'intervallo statico che, passando attraverso campagne referendarie, problemi di integrazione, disaccordi con l'Unione Europea, preoccupazioni sismiche e ricerca sterile di soluzioni per i giovani, conduce prima al varo della Legge di Stabilità e successivamente ai decreti attuativi per conoscere ogni dettaglio immensamente rilevante di questa novella. Si scorge un'ottima possibilità di apertura al mondo del lavoro, ma in realtà l'ape raffigura – soprattutto quella sociale per coloro vicini alla pensione – l'unico ormeggio salvaguardato nel quale riporre fiducia.
Avv. Francesco Pizzuto
avv.francescopizzuto@gmail.com

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di Marina Crisafi – Chi sceglierà di lasciare il lavoro prima usufruendo dell'Ape, nel corso della durata della stessa (ossia negli anni in cui il reddito sarà rappresentato dal “prestito”) non potrà percepire alcuna tredicesima. È una delle novità dell'Ape volontaria inserite nel decreto attuativo della riforma che sarà varato dal Governo nel mese di gennaio, subito dopo l'entrata in vigore della manovra finanziaria.
La ratio di tale scelta è la seguente: chi aderisce all'Ape volontaria può lasciare il lavoro a 63 anni (anziché a 66 anni e 7 mesi), per cui durante il periodo di anticipo il lavoratore non percepirà, di fatto, la pensione ma un assegno mensile, erogato dall'Inps sulla base di un prestito concesso dalla banca.
Tra gli altri rumors circolanti sul Dpcm di prossimo varo, c'è anche quello riguardante la percentuale di anticipo che potrà essere richiesta.
Coloro che chiederanno di accedere dal maggio prossimo al c.d. prestito bancario ponte, potranno chiedere un'Ape massima del 95% della pensione mensile certificata dall'Inps, per l'anticipo di un anno. Il tetto scende al 90% se l'uscita anticipata è di un biennio e all'85% se l'anticipo è di tre anni, ferma restando, ovviamente la possibilità per i lavoratori interessati (ossia la platea di lavoratori con 63 anni di età e 20 anni di contributi minimi) di chiedere un anticipo inferiore sulla pensione futura.
Entrambe le decisioni (il tetto alla richiesta di prestito e la mancata previsione della tredicesima, peraltro non prevista neanche nell'Ape social) sono dovute, come spiegato dal team del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini, all'esigenza di non far lievitare troppo la rata da pagare, una volta scattata la pensione, sulla quale, si ricorda, c'è sempre il margine di sicurezza già previsto: ossia quello del limite di 1,4 volte l'assegno sociale, al di sotto del quale, al netto del rimborso Ape, la pensione non potrà in ogni caso scendere.
Tra le altre novità, il Dpcm conterrà anche il tasso di interesse sul prestito e il valore del premio assicurativo previsto, andando ad incidere altresì in termini di impatto sui flussi di accesso all'Ape social (quella cioè a costo zero), già notevolmente scremata all'accesso, con le soglie di 30 anni di contribuzione per i disoccupati e i disabili e 36 anni per chi è nell'elenco delle attività faticose (operai edili, infermieri, macchinisti, ecc.). Sul punto, peraltro, ancora il pressing in Parlamento è alto e sono spuntati due emendamenti che mirano a far scendere la soglia d'accesso a 35 anni e ad allargare la platea dei lavori gravosi cui consentire l'anticipo senza costi. Insomma, la partita è ancora tutta da giocare.

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di Marina Crisafi – Ormai delineata la platea e i canoni per l'accesso alle tre tipologie di anticipo pensionistico (Ape), si delinea anche il percorso da intraprendere per ottenere il prestito-ponte che potrà essere richiesto a partire dal prossimo mese di maggio e sino alla fine del 2018, data in cui l'esecutivo deciderà se la misura sperimentale potrà diventare strutturale o meno.
Ecco, dunque, i requisiti da possedere e i passaggi da seguire per accedere all'Ape:
I requisiti Potranno accedere all'Ape volontaria e aziendale, i lavoratori iscritti all'assicurazione generale obbligatoria, alle forme sostitutive (fondo trasporti, Inpdai, ecc.) ed esclusive (Inpdap, Fs), alla gestione separata dell'Inps che abbiano almeno 63 anni di età e 20 anni di contributi e pensione (al netto del rimborso del prestito anticipato) almeno 1,4 volte il trattamento minimo.
Le medesime categorie potranno accedere anche all'Ape Social, purchè rientrino in una delle seguenti condizioni e/o siano occupati nei seguenti settori professionali:
– abbiano almeno 63 anni di età e 30 di contributi e siano disoccupati (per licenziamento, dimissioni per giusta causa, risoluzione consensuale) e abbiano terminato l'ammortizzatore sociale da minimo 3 mesi; ovvero assistano un parente di primo grado convivente (o il coniuge) con handicap grave (legge 104); o, ancora, abbiano una invalidità uguale o superiore al 74%;
– abbiano almeno 63 anni di età e 36 di contributi e siano operai dell'edilizia o dell'industria estrattiva; conduttori di gru o macchinari mobili nelle costruzioni; conciatori; macchinisti e personale viaggiante; conduttori di mezzi pesanti e camion; infermieri (o comunque occupati nelle professioni sanitarie infermieristiche) e ostetriche ospedaliere con lavoro organizzato in turni; professori di scuola pre-primaria; facchini; addetti servizi di pulizia non qualificati; operatori ecologici.
Le categorie sono già delineate nella legge di bilancio all'esame delle Camere, ma i dettagli saranno definiti ulteriormente con un decreto di Palazzo Chigi.
I passaggi Per accedere all'anticipo finanziario sia che si tratti di Ape volontaria che d'impresa (a valle degli accordi sindacali e datoriali), occorrerà una doppia domanda all'Inps. La prima servirà per chiedere la certificazione del diritto all'uscita anticipata, la seconda per la pensione vera e propria con contestuale attivazione dell'anticipo finanziario a garanzia.
Occorrerà avere (oltre ai requisiti di età e contributivi) una pensione certificata non inferiore a 1,4 volte il minimo (corrispondente a circa 700 euro) al netto delle rate del prestito.
La durata minima sarà di sei mesi (al di sotto di tale tetto non si potrà chiedere l'anticipo), la massima di 43 mesi e il finanziamento potrà arrivare al massimo al 90% dell'assegno (calcolato sulla base della pensione futura certificata), ma il prestito non potrà ridurre il trattamento pensionistico al di sotto dei 700 euro (ossia, 1,4 volte l'assegno sociale).
La scelta, di importo e durata, sarà effettuata probabilmente attraverso il simulatore virtuale “La tua pensione”, con l'Inps, potendo visualizzare in tal modo nell'immediatezza la “convenienza” dell'anticipo (ossia il costo del rimborso ventennale e il relativo peso sulla pensione).
I dettagli saranno definiti, in ogni caso, col prossimo dpcm.
Nella domanda, il lavoratore dovrà indicare anche la banca e l'assicurazione ai fini del finanziamento, e una volta ottenuto il via libera finale dell'Inps, l'Ape andrà in pagamento entro 30 giorni lavorativi.
Per l'Ape social, l'accesso è più diretto. Basterà presentare domanda all'Inps per l'indennità che consente di raggiungere la pensione finale e il riconoscimento della prestazione assistenziale di importo pari alla futura pensione (che non potrà essere superiore ai 1500 euro mensili e non potrà essere cumulata con altri ammortizzatori sociali).

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di Valeria Zeppilli – I conti correnti bancari del presunto evasore fiscale possono essere sequestrati ai fini della confisca anche se su di essi confluisce la pensione.
La Corte di cassazione, nella sentenza numero 44912/2016 del 25 ottobre (qui sotto allegata), ha infatti precisato che l'articolo 545 del codice di procedura civile, nel circoscrivere la possibilità di pignorare i trattamenti pensionistici o quelli ad essi assimilati alla misura del quinto del loro importo, limita la sua operatività al processo esecutivo.
Tale norma, del resto, tutela l'interesse pubblicistico consistente nel garantire al pensionato la disponibilità di mezzi adeguati alle proprie esigenze di vita, essendo volta ad evitare che questi gli siano sottratti prima della corresponsione.
La natura di norma relativa al processo di esecuzione del predetto limite è stata peraltro confermata dal nuovo testo dell'articolo 546, comma 1, risultante dalla modifica apportata dal decreto legge numero 83/2015.
Per i giudici, quindi, l'articolo 545 c.p.c. non opera in nessun caso al di fuori del processo esecutivo, specialmente nei casi, come quello sottoposto alla sua attenzione, in cui le somme erogate a titolo di pensione sono già state corrisposte e si sono confuse con il resto del patrimonio dell'avente diritto.
Peraltro il ricorrente, lamentando che il giudice del merito avrebbe errato nell'escludere l'impignorabilità dei propri trattamenti pensionistici, non aveva neanche fornito informazioni precise né circa l'entità del suo patrimonio mobiliare, né circa l'ammontare dei suoi depositi bancari e della sua pensione.
Pur volendo considerare operante nel caso di specie la norma del codice di rito che limita la pignorabilità della pensione, quindi, per la Corte la somma corrisposta al creditore aveva comunque perso l'invocata natura pensionistica anche a seguito dell'accredito da epoca non precisata sul conto corrente bancario.

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di Lucia Izzo – La riforma delle pensioni prevederà delle misure destinate ai giovani lavoratori, che non resteranno privi di garanzie nel loro futuro previdenziale. Parola del Ministro del Welfare, Giuliano Poletti, che in un'intervista rilasciata a Qn ha evidenziato che il destino previdenziale dei giovani sarà uno dei temi chiave del futuro intervento sulle pensioni nel 2017.
Intanto, precisa il ministro, nell'attuale manovra “c'è il cosiddetto cumulo gratuito, la possibilità di sommare senza oneri contributi versati in più gestioni. Questa novità riguarda coloro che sono vicini alla pensione oggi, ma anche i giovani che così possono stare tranquilli perché non avranno penalizzazioni pensionistiche nel passare da un lavoro all'altro”. In aggiunta, anche le stimate centomila uscite anticipate stimate grazie ad Ape social e volontaria saranno fondamentali per attuare un turnover nel mondo del lavoro.
Se il destino dei pensionati e pensionandi è un tema su cui il Governo sta sfoderando opzioni per garantire un'uscita dal lavoro adeguata e dignitosa, non desta di certo poca preoccupazione la questione sull'adeguatezza delle pensioni future, proprio per i giovani che, a causa di redditi bassi e carriere discontinue, sono soggetti a maggiori rischi previdenziali.
Tema chiave che troverà spazio, promette Poletti, sul tavolo del confronti con i sindacati il prossimo anno insieme alla questione relativa alla differenziazione dell'età pensionabile in relazione all'aspettativa di vita che “non è e non può essere uguale per tutti i lavori”.
Sono due le “linee d'azione” che ha chiare il Ministro: “Una è quella della previdenza integrativa e dunque degli strumenti per rafforzare l'adesione. Un'altra è la previsione di un intervento che permetta, nei casi di maggiore fragilità contributiva, di poter contare su uno zoccolo duro, una base di appoggio stabile, una sorta di trattamento di garanzia minimo che consenta una vita decorosa”.
Riforma pensioni: le principali novità
Intanto, le nuove misure contenute nella legge di Bilancio, il cui esame è atteso questa settimana alla Camera, sono per lo più delineate.
L'anticipo pensionistico (APE) rappresenta il perno dell'operazione, e sarà declinata in tre tipologie: la Social, a costo “zero”, garantita ad alcune categorie di lavoratori in condizioni svantaggiate oppure occupati in settori usuranti, la Volontaria e l'Aziendale. Ad uscire dal mondo del lavoro nel 2017 vi saranno anche i c.d. precoci, con 41 anni di contribuzione, se sussistono 12 mesi di contributi versati prima del 19 anni d'età.4
Per aumentare il potere d'acquisto dei pensionati meno abbienti, è previsto un allargamento della “no tax area”, ad oggi ferma a 7.800 euro, che verrò estesa a 8.125 euro, in modo allinearla a a quella fruita dai lavoratori dipendenti.
Ancora, è prevista una maggiore platea di percettori della c.d. “quattordicesima”: per i pensionati over 64 e assegno fino a 750 euro, che già incassano la quattordicesima, l'assegno passerà a 437 euro per chi ha fino a 15 anni di contributi, a 546 euro per chi ha fino 25 anni di contributi e e 655 euro per chi supera i 25 anni di versamenti effettuati. Chi, invece, non percepiva l'assegno (circa 1,2 milioni di pensionati over 64) otterrà 336 euro fino a 15 anni di contribuzione, 420 euro fino a 25 anni e 504 euro oltre i 25 anni.

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In questa pagina:
– Quando spetta
– Deroghe
– Avvocati: quando in pensione?
– Le novità in arrivo di Lucia Izzo – La pensione di vecchiaia è un trattamento previdenziale, sostanzialmente un “salario differito”, poichè il lavoratore durante la sua vita attiva rinuncia ad una quota della retribuzione per garantirsi una rendita per quando non sarà più in grado di lavorare.
Questa prestazione economica a domanda, viene erogata ai lavoratori dipendenti e autonomi iscritti all'assicurazione generale obbligatoria (AGO) ed alle forme esclusive, sostitutive, esonerative ed integrative della medesima, nonché alla Gestione separata che abbiano raggiunto l'età stabilita dalla legge e perfezionato l'anzianità contributiva e assicurativa richiesta.
I contributi versati nel corso della vita lavorativa determinano, alla fine di questa, una rendita mensile il cui importo dipende dal numero e dall'entità dei contributi.
Diversa è invece la c.d. pensione anticipata, una forma di pensionamento anticipato per chi raggiunge un numero di anni di contribuzione più elevato.
Quando spetta [Torna su] Nel corso degli anni si suono susseguite diverse riforme che hanno coinvolto il mondo delle pensioni e modificato i requisiti per potervi accedere, ossia un'età determinata e un minimo di anni di contributi.
A decorrere dal 1° gennaio 2012, i soggetti in possesso di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995 potranno conseguire il diritto alla pensione di vecchiaia esclusivamente in presenza di un'anzianità contributiva minima pari a 20 anni, costituita da contributi versati o accreditati a qualsiasi titolo; l'età anagrafica richiesta, invece, è stata fissata dalla Legge Fornero (D.L. 201/2011). Per l'accesso alla pensione di vecchiaia è richiesto il possesso dei seguenti requisiti anagrafici:
a) lavoratrici dipendenti assicurate al FPLD dell'AGO, nonché assicurate al Fondo FS e al Fondo quiescenza Poste:
dal 1° gennaio 2012 al 31 dicembre 2012
62 anni
dal 1° gennaio 2013 al 31 dicembre 2013
62 anni e 3 mesi
dal 1° gennaio 2014 al 31 dicembre 2015
63 anni e 9 mesi
dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2017
65 anni e 7 mesi
dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2018
66 anni e 7 mesi
dal 1° gennaio 2019
66 anni e 7 mesi
b) lavoratrici autonome e gestione separata:
dal 1° gennaio 2012 al 31 dicembre 2012
63 anni e 6 mesi
dal 1° gennaio 2013 al 31 dicembre 2013
63 anni e 9 mesi
dal 1° gennaio 2014 al 31 dicembre 2015
64 anni e 9 mesi
dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2017
66 anni e 1 mese
dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2018
66 anni e 7 mesi
dal 1° gennaio 2019
66 anni e 7 mesi
c) lavoratori dipendenti iscritti all'AGO ed alle forme sostitutive ed esclusive della medesima e lavoratrici iscritte alle casse ex Inpdap:
dal 1° gennaio 2012 al 31 dicembre 2012
66 anni
dal 1° gennaio 2013 al 31 dicembre 2015
66 anni e 3 mesi
dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2018
66 anni e 7 mesi
dal 1° gennaio 2019
66 anni e 7 mesi
d) lavoratori autonomi e gestione separata:
dal 1° gennaio 2012 al 31 dicembre 2012
66 anni
dal 1° gennaio 2013 al 31 dicembre 2015
66 anni e 3 mesi
dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2018
66 anni e 7 mesi
dal 1° gennaio 2019
66 anni e 7 mesi
La Legge Fornero ha inasprito il requisito di età che nei prossimi anni è destinato ad aumentare in automatico: infatti, secondo le regole attuali, i requisiti minimi anagrafici o contributivi per il pensionamento dovranno essere adeguati periodicamente alla speranza di vita. Il prossimo adeguamento riguarderà il 2019 – 2020 per poi passare alla cadenza biennale.
In caso vi fossero decrementi nella speranza di vita, lo scatto biennale potrebbe essere bloccato e, al contrario, se gli incrementi di vita risultano superiori alle previsioni, lo scatto potrebbe essere maggiore di quello previsto dalla Legge. Ad esempio, i dati dell'ultima indagine Istat, hanno registrato a febbraio un abbassamento dell'aspettativa di vita per gli Italiani nel 2019, dato che potrebbe determinare un mancato aumento dei requisiti di età previsti dalla Legge Fornero per raggiungere la pensione.
Per quanto riguarda la pensione anticipata, dal 1° gennaio 2016 fino al 31 dicembre 2018 il requisito contributivo per accedervi, indipendentemente dall'età anagrafica, è pari a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e a 41 anni e 10 mesi per le donne. Si tratta di requisiti applicati sia ai lavoratori dipendenti, che agli autonomi nonché ai lavoratori del pubblico impiego.
La pensione di vecchiaia, decorre dal primo giorno del mese successivo a quello nel quale l'assicurato ha compiuto l'età pensionabile, ovvero, nel caso in cui a tale data non risultino soddisfatti i previsti requisiti di anzianità assicurativa e contributiva, la pensione decorre dal primo giorno del mese successivo a quello in cui vengono raggiunti tali requisiti. Infine, in caso di pensione anticipata, questa decorre dal primo giorno del mese successivo a quello nel quale è stata presentata la domanda
La pensione di vecchiaia, così come quella anticipata, decorre dal primo giorno del mese successivo a quello nel quale l'assicurato ha compiuto l'età pensionabile. Il conseguimento della prestazione pensionistica richiede la cessazione del rapporto di lavoro dipendente, mentre non è, invece, richiesta la cessazione dell'attività svolta in qualità di lavoratore autonomo.
Deroghe [Torna su] Requisiti più leggeri rispetto a quelli previsti dalla Legge Fornero, sono possibili grazie alla Legge Amato (D.lgs. 503/1992), ancora valida, che consente si raggiungere la pensione di vecchiaia a chi sia in possesso di 15 anni di contributi collocati prima del 31 dicembre 1992; oppure di 15 anni di contribuzione versati in qualsiasi periodo congiuntamente al possesso di 25 anni di anzianità contributiva; oppure, infine, se vi è stata autorizzazione ai contributi volontari richiesta precedentemente al 31 dicembre 1992.
Potranno scegliere l'opzione contributiva ai sensi della Legge Dini (n. 335/95), invece, i soggetti in possesso di almeno 15 anni di contributi, di cui almeno 5 successivamente al 1995, privi dei requisiti della Legge Amato e in possesso dell'età minima per la pensione di vecchiaia.
Per chi è iscritto alla Gestione Separata e non possiede contributi versati precedentemente al 1996, esiste la c.d. pensione di vecchiaia contributiva che può essere ottenuta con un minimo di 5 anni di contributi da chi abbia almeno 70 anni e 7 mesi di età. Tuttavia, il trattamento viene calcolato totalmente ed esclusivamente con il sistema contributivo.
Anche i lavoratori, al raggiungimento di 60 anni e 7 mesi di età, e le lavoratrici, al raggiungimento di 55 anni e 7 mesi di età, con invalidità civile dall'80% potranno anticipare di 5 anni il momento della pensione. Sono esclusi i dipendenti del pubblico impiego.
Avvocati: quando in pensione? [Torna su] La Cassa Forense prevede tre tipologie di pensione: la pensione di vecchiaia retributiva, la pensione di vecchiaia contributiva e la pensione di anzianità.
Per la pensione di vecchiaia, la riforma del sistema previdenziale forense ha previsto un graduale aumento dei requisiti minimi di età e di contribuzione per fruire del trattamento di pensione di vecchiaia, fino ad arrivare ad una situazione di regime, a partire dal 2021 dove sarà necessario il concorso dei due requisiti: 70 anni di età e 35 anni di anzianità contributiva.
Potranno accedere alla pensione di vecchiaia gli avvocati iscritti alla Cassa Forense che abbiano maturato
– fino al 31 dicembre 2010:65 anni di età con almeno 30 anni di effettiva iscrizione e contribuzione; – dal 1° gennaio 2011 al 31 dicembre 2013:66 anni di età con almeno 31 anni di effettiva iscrizione e contribuzione; – dal 1° gennaio 2014 al 31 dicembre 2016:67 anni di età con almeno 32 anni di effettiva iscrizione e contribuzione; – dal 1° gennaio 2017 al 31 dicembre 2018:68 anni di età con almeno 33 anni di effettiva iscrizione e contribuzione; – dal 1° gennaio 2019 al 31 dicembre 2020:69 anni di età con almeno 34 anni di effettiva iscrizione e contribuzione; – dal 1° gennaio 2021:70 anni di età con almeno 35 anni di effettiva iscrizione e contribuzione. A questi si aggiungono anche i cancellati dalla Cassa, che abbiano i requisiti, di cui sopra, e non abbiano chiesto il rimborso dei contributi soggettivi, di cui all'art. 21 della legge n. 576/80, nel periodo di vigenza della norma.
È ammessa la possibilità di anticipare il pensionamento al raggiungimento di una età compresa tra il 65° ed il 70°, previa applicazione di un coefficiente di riduzione dell'importo di pensione pari allo 0,41% per ogni mese di anticipo rispetto all'età anagrafica prevista, fermo restando la maturazione del requisito minimo di anzianità contributiva prevista, in via ordinaria, dallo scaglione di pensionamento. Il pensionamento anticipato, in presenza di 40 anni di effettiva iscrizione e contribuzione alla Cassa e comunque non prima del 65° anno di età, non comporta alcuna riduzione dell'importo della pensione.
Per quanto riguarda la pensione di vecchiaia con calcolo contributivo, si tratta di un istituto residuale a cui si può far ricorso qualora, maturata l'età pensionabile, non sia stata raggiunta la necessaria anzianità contributiva, fermo restando almeno 5 anni di iscrizione e contribuzione.
Alla pensione di vecchiaia contributiva potranno accedere gli iscritti alla Cassa, che abbiano maturato il requisito anagrafico richiesto per la pensione di vecchiaia senza aver raggiunto l'anzianità contributiva prevista:
– dal 1° gennaio 2014 al 31 dicembre 2016:67 anni di età con almeno 5 ma meno di 32 anni di effettiva iscrizione e contribuzione alla Cassa; – dal 1° gennaio 2017 al 31 dicembre 2018:68 anni di età con almeno 5 ma meno di 33 anni di effettiva iscrizione e contribuzione alla Cassa; – dal 1° gennaio 2019 al 31 dicembre 2020:69 anni di età con almeno 5 ma meno di 34 anni di effettiva iscrizione e contribuzione alla Cassa; – dal 1° gennaio 2021:70 anni di età con almeno 5 ma meno di 35 anni di effettiva iscrizione e contribuzione alla Cassa. Per quanto riguarda, infine, i requisiti minimi per il pensionamento di anzianità, questi sono gradualmente aumentati dl 58 a 62 anni di età e da 35 a 40 di effettiva iscrizione e contribuzione.
Per la corresponsione della pensione di anzianità è necessario provvedere alla cancellazione dagli albi forensi (albo ordinario e albo speciale per il patrocinio dinanzi alla Corte di Cassazione e alle giurisdizioni superiori) poiché, ai sensi dell'art. 3 della legge n. 576/80, la corresponsione della pensione di anzianità è incompatibile con l'iscrizione a qualsiasi albo di avvocato. Verificandosi uno dei casi di incompatibilità la pensione viene sospesa con effetto dal momento in cui si verifica l'incompatibilità.
Potranno ottenere la pensione di anzianità gli iscritti alla Cassa che abbiano maturato i seguenti requisiti:
– dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2017:60 anni di età con almeno 38 anni di effettiva iscrizione e contribuzione; – dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2019:61 anni di età con almeno 39 anni di effettiva iscrizione e contribuzione; – dal 1° gennaio 2020:62 anni di età con almeno 40 anni di effettiva iscrizione e contribuzione.
Vedi anche: Previdenza Forense: guida legale semplificata Le novità in arrivo [Torna su] L'attuale Governo Renzi è pronto a varare una serie di modifiche al regime pensionistico, con la prossima legge di bilancio, che riguardano in particolar modo la possibilità di accedere all'anticipo pensionistico, soprannominato Ape, anche in maniera del tutto priva di oneri.
L'Ape volontaria, infatti, consente l'anticipo fino a 3 anni e 7 mesi sui requisiti standard di vecchiaia con prestito bancario assicurato, rimborso in venti anni, con soglia di accesso minima.
La versione “Social”, invece, è totalmente a costo zero (grazie a bonus fiscali e t rasferimenti monetari) e potrà essere utilizzata da determinate categorie di lavoratori in condizioni svantaggiate, tra cui i disoccupati di lungo corso e i soggetti con disabili all'interno del nucleo familiare. Tuttavia, la platea dovrebbe estendersi anche a nuove categorie, ad esempio coloro che svolgono mansioni considerate rischiose, faticose e usuranti (ad esempio operai del settore edile, macchinisti e marittimi, autisti di mezzi pubblici, personale sanitario, maestre d'infanzia).
All'Ape si affiancherà (alternativamente o a parziale copertura finanziaria dell'anticipo) anche Rita, ovvero la Rendita Integrativa Temporanea Anticipata, che consentirà ai lavoratori senza contratto con 63 anni di età e almeno 20 di contributi di godere di una tassazione agevolata tra il 15% e il 9%.

Vedi anche:
Pensioni: Ultime novità
Pensione anticipata: cos'è, come si chiede e quali sono le future ipotesi di riforma
Pensioni: trovato l'accordo. Cosa cambia da gennaio
Pensione anticipata: ecco chi andrà gratis

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