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Avv. Francesco Pandolfi – La malattia professionale si contrae a causa di lavorazioni alle quali è adibito il lavoratore. Si tratta di una vera e propria aggressione rivolta all'organismo del lavoratore e connessa all'attività svolta, in grado di alterare lo stato di salute ed essere causa di riduzione della capacità lavorativa.
In caso di domanda per il risarcimento del danno riguardante una malattia professionale proposta dal dipendente nei confronti del datore di lavoro e attinente a inadeguatezza delle condizioni di lavoro, la giurisprudenza ci aiuta a capire quali sono i criteri da seguire in giudizio per la prova del fatto e delle conseguenze sulla salute dell'interessato.
In particolare, lo spunto sul tema viene dalla sentenza n. 7840/2016 della Corte di Cassazione civile.
Una causa passata per i tre gradi di giudizio con domanda di risarcimento accolta in primo grado, respinta poi in secondo grado e dalla stessa Cassazione.
L'utilità della pronuncia salta fuori proprio scavando tra i motivi di rigetto del ricorso alla Suprema Corte.
Andiamo quindi a scoprire le “regole” per arrivare alla prova del risarcimento reclamato con l'azione legale del lavoratore contro il datore.
1) In tema di responsabilità del datore di lavoro per danni causati al lavoratore, quest'ultimo non deve provare la colpa dell'altra parte, ma è soggetto all'onere di allegare e provare l'esistenza del fatto materiale e le regole di condotta che assume essere violate;
2) egli deve provare che il datore / debitore ha posto in essere un comportamento contrario alle regole generali di correttezza e buona fede nell'ambito del rapporto lavorativo;
3) se ricorre un caso di danno alla salute del lavoratore, gli oneri probatori spettanti al datore e al lavoratore sono ripartiti diversamente dall'Ordinamento: in pratica sono modulati sul contenuto a seconda che le misure di sicurezza omesse:
3a) siano espressamente definite per legge (o da altra fonte vincolante) in relazione alla valutazione di rischi specifici, oppure
3b) debbano essere ricavate dall'art. 2087 c.c. che impone l'osservanza del generico obbligo di sicurezza;
4) nel caso “3a”, la prova che incombe sul datore si esaurisce nella negazione degli stessi fatti provati dal lavoratore, cioè dimostrando che non c'è inadempimento e che manca il nesso tra questo e il danno;
5) nel caso “3b”, la prova liberatoria che incombe sul datore è collegata alla diligenza messa in campo e comunque ritenuta esigibile nella specifica situazione e nella predisposizione delle misure di sicurezza necessarie (qui è il datore che deve dimostrare di aver adottato comportamenti specifici che, pur non stabiliti per legge, siano suggeriti da conoscenze sperimentali, tecniche, da standard di sicurezza normalmente osservati, o ancora siano riferibili a fonti analoghe).
Come comportarsi in casi simili
Nel caso in cui il dipendente assume di aver subito un danno alla salute a causa delle inadeguate condizioni di lavoro, il successo della sua domanda di risarcimento dipende dal rispetto delle regole sulla prova illustrate.
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Avv. Francesco Pandolfi – Un evento lesivo, come un incidente stradale grave, può produrre numerose conseguenze a danno delle persone che ne rimangono coinvolte.
Possono prodursi effetti sulla salute, ma anche sul lavoro di queste persone: potrebbe infatti risentirne la loro capacità reddituale.
Nel caso si tratti di soggetti che svolgono un lavoro, dipendente o autonomo, si pone il problema di capire se questo evento sia stato idoneo a scatenare ripercussioni anche sulla vita lavorativa, riducendo il reddito prodotto (prima dell'evento lesivo) in occasione della specifica attività professionale.
Come si può arrivare a dimostrare, quindi, che un sinistro (tra i vari effetti prodotti a carico della salute) abbia anche avuto come conseguenza la contrazione del reddito?
Interessanti ed utili spunti li offre il Tribunale di Pordenone con la sentenza n. 176/2016 in commento.
Il magistrato richiama il ben noto principio dell'onere della prova posto a carico del danneggiato che reclama il risarcimento di tutti i danni subiti.
Danno da contrazione del redditoVediamo in concreto i criteri suggeriti dal Giudice per arrivare a questa prova:1) nel caso in cui l'attore sostenga di essersi assentato dal lavoro per un certo periodo di tempo e a causa del sinistro (quantificando la relativa domanda per la specifica posta di danno), dovrà in primo luogo provare il tipo di lavoro svolto (se dipendente o autonomo);
2) nel caso l'attore sia un lavoratore dipendente, dovrà depositare le buste paga di alcuni mesi anteriori al sinistro e successivi all'incidente, in modo da permettere l'accertamento sulla riduzione del reddito;
3) se l'attore è un lavoratore autonomo, dovrà produrre le fatture emesse, le dichiarazioni fiscali e ogni altro documento contabile per valutare la reale contrazione del reddito.
Danno da riduzione della capacità di guadagno
Anche questo tipo di danno richiede una prova rigorosa; parliamo dell'incapacità lavorativa specifica permanente:
4) affinché possa essere risarcito il danno da riduzione della capacità di guadagno è necessario che il danneggiato dimostri che dopo l'evento ha cessato l'attività lavorativa svolta prima, oppure che ha subito una riduzione dei redditi prodotti in precedenza o percepiti;
5) inoltre è necessario provare che tanto l'assenza dal lavoro quanto la contrazione del reddito sono in rapporto causa-effetto rispetto alla lesione della salute. Come comportarsi in casi simili
In causa è consigliabile organizzarsi per dimostrare di aver subito la contrazione del reddito per effetto del sinistro, in quanto la modificazione in peggio del reddito non è conseguenza automatica dell'evento lesivo.
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di Gabriella Lax – Alcoltest a sorpresa per chi fa lavori a rischio. È già scontro sul regolamento che dà al datore di lavoro la possibilità di procedere con verifiche alcolemiche prima dell'inizio del turno. Si tratta di una previsione contenuta in un regolamento attuativo arrivato alla Conferenza Stato-Regioni e frutto del lavoro di un comitato di tecnici del ministero della Salute, degli uffici del lavoro e delle Asl. Il documento ha come obiettivo quello di dare attuazione completa alla legge sulle attività lavorative più rischiose, ma è destinato a scatenare molte polemiche.
Lavori a rischio Preliminarmente lo stesso documento decreta quali sono i lavori a “elevato rischio sicurezza”, riunendoli per la prima volta in un solo elenco, valido per tutte le regioni. Nell'elenco c'è un po' di tutto: dalle professioni che prevedono l'uso di gas tossici a quelle di chi ha in dotazioni armi (dunque tutti i corpi di polizia, i militari, le guardie giurate); di chi fabbrica fuochi d'artificio; di chi usa oggetti che possano provocare “ferite da taglio o punto”; di chi guida veicoli che trasportano merci pericolose e i mezzi pubblici; sino al personale medico-sanitario (e in particolare i chirurghi) ai controllori di volo e al personale aeronautico di volo, al personale del settore edile se lavora ad altezze superiori a due metri; ai minatori.
Gli obiettivi del regolamento Serve chiarire che, per tutte queste categorie, esisteva già la possibilità di eseguire test alcolemici, tuttavia, fino ad oggi, la legge non ha indicato le modalità, il come e il quando, conferendo discrezionalità alle regioni e fissando solo il divieto di bere durante i turni. Grazie al regolamento, i datori di lavoro, tramite i loro medici o quelli degli enti ispettivi, potranno, invece, sottoporre i dipendenti a controlli a sorpresa all'inizio del turno in una qualsiasi giornata di lavoro. Chi, in condizione di dubbia sobrietà, risulta con un livello di alcol nel sangue pari a 0,3 grammi/litro o superiore sarà rimandato a casa.
Ed è proprio tale limite l'oggetto della discordia. Nelle critiche che si fanno al provvedimento, da più parti, è stata sottolineata, infatti, l'inopportunità di un tetto così alto per un controllo alcolemico sul luogo di lavoro, tenendo conto che gli strumenti hanno un margine di errore dello 0,1 e che in molte Regioni il limite è già fissato a 0,2. In altre parole, ciò significa che anche per chi non ha bevuto potrebbe risultare una lieve positività all'alcool.
Il divieto di uso di certe sostanze, infine, è esteso anche alle droghe. Su questo punto, in verità, la legge è già chiara e i controlli sono obbligatori. Ciò che cambierà sarà soprattutto il modo di effettuare le verifiche, che saranno anche per le sostanze stupefacenti a sorpresa e obbligatorie con una certa periodicità. Per i test non si usano più le urine, ma la saliva del lavoratore, cosa che non costringe i lavoratori a produrre il campione davanti al personale sanitario.

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Domanda: “La negoziazione assistita nelle controversie di lavoro è divenuta attuale o è solo un emendamento a un ddl?”
Risposta: “Ad oggi la risposta ad una domanda che si pongono in molti, e non solo i professionisti, è negativa. Sin da subito (dall'introduzione cioè dell'istituto della negoziazione assistita nel nostro ordinamento) l'esclusione delle controversie di lavoro dalle materie per le quali tale modalità di risoluzione stragiudiziale delle controversie è prevista, ha fatto discutere.
Su più fronti, infatti, tale esclusione è stata reputata illegittima e la battaglia per superarla non ha esitato ad arrivare, presentandosi sin dai giorni immediatamente successivi all'approvazione della riforma della giustizia del 2014.
Tanto che il disegno di legge contenente la delega al Governo per l'efficienza del processo civile (numero 2284/2016) è stato senza remore considerato la sede adeguata per sopperire a tale mancanza.
Infatti, con un emendamento al ddl presentato nel corso dell'iter che ha portato all'approvazione del testo da parte della Camera nel marzo 2016, si è proposto di ammettere la possibilità di definire le controversie tra datori di lavoro e lavoratori anche nelle stanze degli avvocati, facendo cessare il vaglio necessario di sindacati e DTL (v. art. 1, comma 2, lettera a), numero 10) del d.d.l.).
Subito, però, sono arrivate le reazioni dei sindacati che hanno avviato una battaglia in senso contrario sollevando un problema evidente: il declassamento delle parti sociali e la cancellazione del loro ruolo fondamentale all'interno delle controversie di lavoro.
Per vedere come andrà a finire occorre quindi attendere di conoscere le sorti del disegno di legge attualmente all'esame delle commissioni del Senato.
Ciò che è certo, quindi è che le controversie di lavoro e la negoziazione assistita sono due mondi che ancora, oggi, non si sono incontrati”.
Leggi anche: “Avvocati: negoziazione assistita anche per le controversie di lavoro”

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di Lucia Izzo – Vanno conteggiati anche i giorni non lavorativi nel periodi di comporto ai fini del licenziamento, nonostante non risultino dal certificato medico. In caso di sequenza di certificazioni mediche che prevedono il riposo dal lunedì al venerdì, dovranno essere conteggiati come giorni di assenza anche il sabato e la domenica.
Lo ha precisato la Corte di Cassazione, sezione lavoro, nella sentenza n. 24027/2016 (qui sotto allegata) che ha confermato che l'interruzione della malattia utile ai fini del comparto decorre dal giorno in cui il lavoratore riprende concretamente servizio.
Il lavoratore aveva denunciato tra l'altro, la “violazione e falsa applicazione dell'art. 2110 c.c. e dell'art. 40 del C.C.N.L. industria chimica” compiuta dalla sentenza impugnata. Sostiene la defesa che erroneamente la Corte territoriale avrebbe inserito nel conteggio le domeniche e i giorni non lavorativi non compresi nei certificati medici.
In realtà, spiegano gli Ermellini, la sentenza impugnata ha correttamente applicato il principio di diritto consolidato nella giurisprudenza di legittimità che ha ribadito la necessità di tener conto, ai fini del calcolo del comporto, dei giorni non lavorativi cadenti nel periodo di assenza per malattia, dovendosi presumere la continuità dell'episodio morboso.
Detta presunzione di continuità opera sia per le festività ed i giorni non lavorativi che cadano nel periodo della certificazione, sia nella diversa ipotesi, che qui viene in rilievo, di certificati in sequenza di cui il primo attesti la malattia sino all'ultimo giorno lavorativo che precede il riposo domenicale (ossia fino al venerdì) ed il secondo la certifichi a partire dal primo giorno lavorativo successivo alla domenica (ovvero dal lunedì).
Va precisato, secondo il Collegio, che la prova idonea a smentire la suddetta presunzione di continuità può essere costituita soltanto dalla dimostrazione dell'avvenuta ripresa dell'attività lavorativa, atteso che solo il ritorno in servizio rileva come causa di cessazione della sospensione del rapporto, con la conseguenza che i soli giorni che il lavoratore può legittimamente richiedere che non siano conteggiati nel periodo di comporto sono quelli successivi al suo rientro in servizio.
Inoltre, poichè nel caso di specie il lavoratore aveva ricevuto un doppio licenziamento e proposto appello su questa circostanza, la Cassazione rammenta che “il datore di lavoro, qualora abbia già intimato al lavoratore il licenziamento per una determinata causa o motivo, può legittimamente intimargli un secondo licenziamento, fondato su una diversa causa o motivo, restando quest'ultimo del tutto autonomo e distinto rispetto al primo”.
Ne consegue che entrambi gli atti di recesso sono in sé astrattamente idonei a raggiungere lo scopo della risoluzione del rapporto, dovendosi ritenere il secondo licenziamento produttivo di effetti solo nel caso in cui venga riconosciuto invalido o inefficace il precedente.

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di Valeria Zeppilli – Anche fumare a lavoro può essere un comportamento idoneo a legittimare il licenziamento del dipendente, specie se questi, con il proprio vizio, mette a repentaglio la salute dei colleghi.
In particolare, con la sentenza numero 23862/2016 del 23 novembre (qui sotto allegata), la Corte di cassazione ha respinto in toto il ricorso presentato da un lavoratore avverso la sentenza con la quale la Corte d'appello di Ancona aveva confermato la legittimità del licenziamento disciplinare intimatogli per aver fumato in un ambiente di lavoro ove erano presenti materiali infiammabili.
Il giudice del merito, correttamente, aveva considerato che la presenza di legno e solventi in azienda rendeva il comportamento del dipendente pericoloso per i colleghi, indipendentemente dalla concreta verificazione di un danno. Peraltro questi, prima di essere licenziato, era stato più volte richiamato dai superiori gerarchici proprio a causa del suo vizio, ma non se ne era mai curato.
I numerosi tentativi del lavoratore di veder ribaltata la propria sorte dinanzi alla Cassazione sono quindi risultati vani. Egli tra le altre cose, facendo leva sulla disposizioni del contratto collettivo applicabile, aveva tentato di contestare l'omessa tolleranza datoriale circa la diffusione di fumo a fini di proporzionalità della sanzione rispetto al fatto contestato, ma senza alcun esito: le doglianze del ricorrente, infatti, non attenevano all'esatta interpretazione delle norme né al corretto esercizio della sussunzione della fattispecie concreta in quella astratta. Egli, piuttosto, si lamentava della ricorrenza in concreto degli elementi costitutivi delle norme e della loro attitudine a giustificare un licenziamento per giusta causa, chiedendo quindi un accertamento possibile in cassazione solo se la contestazione non è generica e di mera contrapposizione ricostruttiva dei fatti.
L'unica strada che resta al fumatore è quindi quella della rassegnazione.

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di Paolo M. Storani – Con la consueta maestria argomentativa, con la illustrazione della funzione del giudizio abbreviato e delle iniziative istruttorie adottabili nel corso di tale rito, il Dott. Domenico Potetti, GIP-GUP del Tribunale Penale di Macerata, dipana nella inedita pronuncia del 14 settembre 2016 tutti i filamenti coinvolti dalla vicenda mortale di un operaio precipitato nel vuoto da un'impalcatura. Buona lettura.
TRIBUNALE DI MACERATA, Sezione GIP / GUP, 14 settembre 2016, Giudice Domenico Potetti, imp. G. G.
Le norme antinfortunistiche mirano a tutelare il lavoratore anche da incidenti che possano derivare da sua negligenza, imprudenza e imperizia, e quindi la responsabilità del datore di lavoro (e in generale del soggetto obbligato ad adottare la misura di prevenzione) può essere esclusa, per causa sopravvenuta, solo da un comportamento del lavoratore eccezionale, abnorme, esorbitante rispetto al procedimento lavorativo e alle precise direttive organizzative ricevute, del tutto imprevedibile o inopinabile; ciò che può verificarsi solo in presenza di un comportamento imprudente del lavoratore che o sia posto in essere da quest'ultimo del tutto autonomamente e in un ambito estraneo alle mansioni affidategli (e, pertanto, al di fuori di ogni prevedibilità per il datore di lavoro) o rientri nelle mansioni che gli sono proprie, ma sia consistito in qualcosa di radicalmente, ontologicamente, lontano dalle ipotizzabili e, quindi, prevedibili, imprudenti scelte del lavoratore nella esecuzione del lavoro.
Anche a voler seguire la giurisprudenza più “interventista” in tema di poteri officiosi di cui all'art. 441, comma 5, c.p.p., il giudice dell'abbreviato si deve comunque limitare a iniziative istruttorie dotate di sicura concludenza, assolutamente indispensabili, evitando indagini di mero completamento, magari utili, ma non decisive; diversamente opinando, il suo ruolo si sovrapporrebbe a quello del Pubblico Ministero, e “crollerebbe” la struttura accusatoria del vigente rito penale, sottesa all'art. 111 Cost. (“giudice terzo e imparziale”).
“1) I fatti in sintesi.
…, il giorno dell'infortunio stava effettuando delle riprese con lo stucco sotto il cornicione e nei muri esterni dell'abitazione sita in …
L'attività si era svolta prevalentemente la mattina e nel pomeriggio, a causa della pioggia, si era svolta ad intermittenza.
Sempre nel pomeriggio, durante le operazioni di stuccatura sul muro esterno, … mentre si trovava sul ponteggio installato dalla stessa ditta … (titolare della ditta), cadeva nel vuoto da media altezza, precipitando rovinosamente a terra.
Intervenuti sul luogo, i sanitari del 118 e dell'eliambulanza, dopo vari tentativi di rianimare …, ne constatavano il decesso alle ore 17 circa.
… è stato successivamente sottoposto ad accertamenti necroscopici e tossicologici per stabilire causa, epoca e mezzi della morte.
Alla ditta… venivano impartite alcune prescrizioni, e cioè:
– Ex art. 122 del d. lg. n. 81/2008 (nello specifico il piano di calpestio del ponteggio, costituito da impalcati metallici e tavole in legno presentava dei vuoti, e le tavole in legno non erano assicurate contro gli spostamenti e in alcune parti del ponteggio l'intavolato presentava una distanza maggiore di venti cm. dalla facciata esterna dell'edificio oggetto della manutenzione.
Inoltre in alcuni punti del ponteggio il parapetto non era costruito con corrente superiore, corrente inferiore e tavola fermapiede.
– Ex art. 128 d. lg. cit. (in alcune zone del ponteggio non era stato installato un sottoponte costruito come il ponte).
– Ex art. 134 d. lg. cit. (nello specifico il Pi.M.U.S. non presente in cantiere e acquisito agli atti in seguito alla richiesta di documenti non era conforme ai contenuti minimi previsti nell'allegato XXII per quanto concerne la presenza: dell'identificazione della squadra di lavoratori, compreso il preposto, addetti alle operazioni di montaggio e/o trasformazione e/o smontaggio del ponteggio in quanto è riportato solamente un lavoratore; di un disegno esecutivo completo e conforme in quanto quello presentato non contiene gli schemi strutturali di tutti i prospetti; in particolare sono riportati esclusivamente gli schemi dei prospetti fronte e retro i quali inoltre non corrispondono a quanto realizzato in cantiere. Infine non sono stati indicati né gli appoggi e né gli ancoraggi.
– Ex art. 136 d. lg. cit. (nello specifico il montaggio e la trasformazione del ponteggio non sono state effettuate ad opera di più lavoratori addestrati e formati in quanto il solo …, collaboratore familiare dell'unica ditta installatrice del ponteggio, aveva frequentato il corso di formazione per addetto al montaggio, smontaggio e trasformazione ponteggio. °°°
2) Le investigazioni sulla dinamica.
Risulta che alle ore 17.00 del 24.03.2014 gli operatori ASUR ricevevano la segnalazione telefonica del Comando Stazione dei Carabinieri di … di un infortunio sul lavoro occorso in …, a seguito del quale erano intervenuti l'ambulanza e l'elisoccorso.
Giunti sul posto gli stessi accertavano che era stato constatato il decesso del ….
Nell'immediatezza del fatto sono stati svolti i primi accertamenti planimetrici e fotografici, dai quali si poteva appurare che il …, in qualità di dipendente dell'impresa edile …, si trovava a lavorare presso detto cantiere, e quindi veniva rinvenuto a terra (v. SIT di …, primo ad avvistare il corpo), con la testa verso l'esterno (accanto alla tavola di legno posta sotto la basetta regolabile per la stabilizzazione del montante) ed i piedi verso le mura dell'abitazione (spigolo sinistro prospetto casa lato strada), sotto il ponteggio installato esternamente alla civile abitazione oggetto dell'intervento manutentivo.
Dai rilievi del caso è stato possibile verificare che il ponteggio, installato dalla stessa ditta …, constava di due piani e nell'esatta verticale del punto a terra dove è stato ritrovato il corpo del … l'impalcato presentava due aperture nel vuoto (v. foto 4 della Relazione infortunistica datata 19 settembre 2014).
Nello specifico, al primo piano veniva accertata un'apertura di 1.20 m di lunghezza e 0.70 m di larghezza (foto 5 ibidem) e al secondo piano veniva accertata un'altra apertura nel vuoto della stessa lunghezza ma larga 0.40 m (foto 6 ibidem).
Accanto alle due aperture, sia quella del primo che del secondo piano, erano presenti le due tavole di metallo mancanti nella loro sede naturale.
Oltre a queste, vi erano anche degli intavolati di legno accatastati sul piano del ponteggio (v. foto 5, 6 ibidem).
Sul muro, in corrispondenza dell'apertura del secondo piano e nell'area sottostante l'apertura posta al primo piano, si notano dei segni (strisciate) di colore nero i quali però (secondo la Relazione) non si possono attribuire con certezza al passaggio del malcapitato (v. foto 7, 8 ibidem).
I due piani di impalcato misurano un'altezza complessiva di circa 4.30 m da terra (2.30 m il primo piano e 2 m il secondo) (v. foto 2 ibidem).
Sul secondo piano del ponteggio sono state rinvenute attrezzature da lavoro (idropulitrice, secchio e spatola da muratore) poste nelle vicinanze (a 2.4 m) dell'apertura.
Sempre nello stesso piano e vicino alle attrezzature predette si notavano delle stuccate dell'intonaco della parete recentemente eseguite (v. foto 9 ibidem).
3) Il parere degli operatori ASUR.
Ad avviso dei tecnici ASUR nel dettaglio non è stato possibile ricostruire con certezza sufficiente la dinamica dell'infortunio, in quanto non erano presenti al momento dell'accaduto spettatori diretti.
Tengono a dire detti tecnici che l'ipotesi da loro prospettata è frutto delle valutazioni fatte in sede di sopralluogo effettuato in data 24.03.2014, delle sommarie informazioni di …, e degli accertamenti necroscopico e tossicologico.
Da ciò essi deducono che …, il giorno dell'infortunio, stava effettuando delle riprese con lo stucco sotto il cornicione e nei muri esterni dell'abitazione sita in ….
Tale attività si era prevalentemente svolta la mattina e il …, con …, si muovevano a seconda delle necessità sia sul primo che sul secondo piano.
Nel pomeriggio questo lavoro si era svolto ad intermittenza, in quanto pioveva.
Sempre nel pomeriggio, durante le operazioni di stuccatura sul muro esterno, il …, mentre si trovava su uno dei due piani del ponteggio sul lato sinistro dell'abitazione, precipitava nel vuoto cadendo rovinosamente a terra.
Ebbene, in considerazione dei rilievi acquisiti in sede di sopralluogo (fotografici e planimetrici), dai quali si desume la presenza di due aperture nel vuoto, una al primo e l'altra al secondo piano, in corrispondenza della zona soprastante il corpo del malcapitato, secondo i tecnici si può ipotizzare che lo stesso sia precipitato nel vuoto cadendo rovinosamente a terra, finendo la sua corsa sul piano di calpestio esattamente nella posizione supina in cui è stato rinvenuto dal primo soccorritore.
E' probabile, secondo questa dinamica, che proprio il capo e il dorso (maggiormente a sinistra) siano stati i luoghi di primo impatto con il suolo; questi infatti riportano le maggiori lesioni riscontrate in sede di esame necroscopico.
Le altre lesioni derivano sia da impatto diretto che da improvvisa trazione sulle strutture interne conseguentemente alla caduta.
E' probabile che le lesioni al cranio, al volto, agli arti superiori, agli arti inferiori possano derivare da impatto diretto sul suolo o da rovinoso impigliamento sulle strutture murali o portanti dell'impalcatura.
Riferisce la Relazione infortunistica che dai dati acquisiti non si è in grado di fornire ulteriori precisazioni sulla tipologia e sulla dinamica della caduta, né sull'altezza da terra all'inizio della precipitazione.
Precisa la Relazione che solo sul secondo piano del ponteggio, a circa 2,4 m di distanza dall'apertura presente sullo stesso piano, sono state rinvenute le attrezzature da lavoro utilizzate per la stuccatura (idropulitrice, secchio e spatola da muratore) e le riprese, di recente fattura, sui muri esterni.
Occorre infine aggiungere (secondo la Relazione) che (come dai rilievi tossicologici) il livello alcolemíco riscontrato pari a 2,0 g/l è indicativo di un pieno stato di ubriachezza; stato che influisce sicuramente sul senso di orientamento, sul mantenimento dell'equilibrio, sul coordinamento motorio, nonché sulla reattività al pericolo.
Pertanto, si dice, questo stato potrebbe aver inciso nell'accadimento dell'infortunio; ma il suo contributo, quale fattore determinante o concausale, è di difficile definizione.
Dalle sommarie informazioni rese e dalle indagini svolte, l'infortunio mortale occorso al … è avvenuto per caduta dello stesso da media altezza nel vuoto mentre si trovava sul lato sinistro del ponteggio.
La presenza delle aperture, la loro posizione rispetto al corpo del malcapitato così come rinvenuto, rende verosimile l'ipotesi che la caduta sia avvenuta attraverso quelle aperture.
Lo stato di ubriachezza, dimostrata dagli esami tossicologici, fa supporre (secondo la Relazione) che sia intervenuto, oltre al fattore ambientale (presenza di aperture), anche un fattore soggettivo (perdita di equilibrio, mancanza di coordinamento motorio, rallentamento dei riflessi), il cui contributo è di difficile determinazione.
La Relazione ribadisce che il … è verosimilmente caduto attraverso le aperture presenti nel primo o secondo piano del ponteggio; che lo stesso ponteggio, anche sui restanti lati non direttamente collegabili con l'infortunio, presentava diverse carenze strutturali causate da una non corretta e/o completa installazione.
Ma a parere dei tecnici non è possibile definire con certezza la norma prevenzionistica violata che ha causato l'infortunio, in quanto mancano elementi sufficienti per definire se c'è stato o meno l'intervento volontario del … nella rimozione degli impalcati metallici in corrispondenza delle aperture.
4) Gli esiti degli accertamenti medico – legali.
In risposta ai quesiti formulati dal Pubblico Ministero i CT in sintesi rispondevano che il decesso di … è stato causato da un politrauma (trauma cranico, trauma toracico chiuso) compatibile con una dinamica di precipitazione; che le indagini chimico-tossicologiche hanno permesso di evidenziare la presenza di etanolo nel sangue in quantità pari a 2,0 (due virgola zero) g/l; concentrazione indicativa di un pieno stato di ubriachezza.
5) Soluzione della questione di responsabilità. Le regole di giudizio …
5.1 Com'è noto, le norme antinfortunistiche mirano a tutelare il lavoratore anche da incidenti che possano derivare da sua negligenza, imprudenza e imperizia, e quindi la responsabilità del datore di lavoro (e in generale del soggetto obbligato ad adottare la misura di prevenzione) può essere esclusa, per causa sopravvenuta, solo da un comportamento del lavoratore eccezionale, abnorme, esorbitante rispetto al procedimento lavorativo e alle precise direttive organizzative ricevute, del tutto imprevedibile o inopinabile.
Ciò che può verificarsi solo in presenza di un comportamento imprudente del lavoratore che o sia posto in essere da quest'ultimo del tutto autonomamente e in un ambito estraneo alle mansioni affidategli (e, pertanto, al di fuori di ogni prevedibilità per il datore di lavoro) o rientri nelle mansioni che gli sono proprie, ma sia consistito in qualcosa di radicalmente, ontologicamente, lontano dalle ipotizzabili e, quindi, prevedibili, imprudenti scelte del lavoratore nella esecuzione del lavoro (v. Cass., Sez. IV, n. 46557-04, in Guida dir., 2005, n. 4, p. 91; Sez. IV, n. 36993-03, in Guida dir., 2004, n. 3, p. 74; Sez. IV, 17 settembre 2004, in Diritto penale e processo, n. 12, 2004, p. 1484).
Trattasi di una giurisprudenza assolutamente condivisibile, perché essa applica alla materia dell'infortunistica del lavoro il comune modo di intendere il nesso causale (art. 41 c.p.).
A tale proposito, la causa sopravvenuta sufficiente da sola alla produzione dell'evento e quindi interruttiva del nesso eziologico è soltanto quella (nel nostro caso la condotta del lavoratore) del tutto indipendente dal fatto posto in essere dall'agente, avulsa totalmente dalla sua condotta ed operante in assoluta autonomia, in modo da sfuggire al controllo ed alla prevedibilità dell'agente medesimo (v. Cass., Sez. IV, n. 10760 del 1997, in CED Cass., RV 210098).
Per vero, a temperamento di quanto precede, si è più precisamente ritenuto che ai fini dell'apprezzamento dell'eventuale interruzione del nesso causale tra la condotta e l'evento (art. 41, comma 2, c.p.), il concetto di causa sopravvenuta da sola sufficiente a determinare l'evento non si riferisce solo al caso di un processo causale del tutto autonomo, giacché, allora, la disposizione sarebbe pressoché inutile, in quanto all'esclusione del rapporto causale si perverrebbe comunque sulla base del principio condizionalistico o dell'equivalenza delle cause (condicio sine qua non) di cui all'art. 41, comma 1, c.p. .
La norma, invece, si applica anche nel caso di un processo non completamente avulso dall'antecedente, ma caratterizzato da un percorso causale completamente atipico, di carattere assolutamente anomalo ed eccezionale, ossia di un evento che non si verifica se non in casi del tutto imprevedibili a seguito della causa presupposta (v. Cass., Sez. IV, n. 1214-05-06, in Guida dir., n. 15, 2006, p. 69).
5.2 Altra cosa da dire nel caso che ci occupa è che il giudizio abbreviato è, di regola, un giudizio allo stato degli atti.
Dando per presupposta la completezza delle indagini, l'imputato adotta una precisa strategia difensiva, valutando la convenienza (per se stesso) di essere giudicato sulla base delle carte del Pubblico Ministero.
Vero è che residuano i poteri officiosi di cui al comma quinto dell'art. 441 c.p.p. .
Ma se non si vuole contaminare (eccessivamente) il ruolo tipico del giudice nel processo accusatorio (ruolo di arbitro, di regola estraneo al “conflitto” fra Accusa e Difesa) quei poteri vanno intesi come residuali.
In giurisprudenza, secondo il criterio più restrittivo, si è addirittura stabilito che nel giudizio abbreviato la facoltà del giudice di assumere anche d'ufficio gli elementi necessari ai fini della decisione non è esercitabile con riguardo alla ricostruzione storica del fatto e all'attribuzione di esso all'imputato, perché altrimenti il giudizio abbreviato ne risulterebbe snaturato (v. Cass., n. 33939-10; conf. Cass., n. 35247-05 e n. 32099-04, che pone inoltre il requisito dell'assoluta esigenza probatoria; quest'ultimo requisito è nominato anche da Cass., n. 12853-03).
Ma si è anche diversamente ritenuto che (v. Cass., n. 4648 del 2005, depositata nel 2006) il potere del giudice dell'abbreviato di disporre anche d'ufficio l'assunzione di elementi necessari ai fini della decisione riconosciuto dall'art. 441 c.p.p., comma 5, è stato introdotto dal legislatore in ossequio (v. C. Cost., n. 115-01) ai ripetuti richiami della Corte Costituzionale volti ad introdurre un idoneo “meccanismo di integrazione probatoria” (v. C. Cost. sent. n. 81-91, 92 e 318 del 1992, 56 e 129 del 1993, 442-94), sicché nel nuovo giudizio abbreviato il potere di integrazione probatoria è configurato quale meccanismo di tutela dei valori costituzionali che devono presiedere, anche nei giudizi a prova contratta, l'esercizio della funzione giurisdizionale, e a tale potere il giudice deve fare ricorso per assicurare il rispetto di quei valori ogni qual volta ritenga che le esigenze di controllo di legalità dell'esercizio dell'azione penale o il sostanziale rispetto del contraddittorio in condizione di parità tra le parti lo impongano (v. C. Cost., n. 245-05).
Dunque tale potere risponderebbe alla stesse esigenze ed assumerebbe i medesimi connotati di quello tradizionalmente esercitabile, in dibattimento, ex art. 507 c.p.p..
Nello stesso senso si è ritenuto che in tema di giudizio abbreviato, l'integrazione probatoria disposta dal giudice ai sensi del quinto comma dell'art. 441 c.p.p., può riguardare anche la ricostruzione storica del fatto e la sua attribuzione all'imputato, atteso che gli unici limiti a cui è soggetto l'esercizio del relativo potere sono costituiti dalla necessità ai fini della decisione degli elementi di prova di cui viene ordinata l'assunzione e dal divieto di esplorare itinerari probatori estranei allo stato degli atti formato dalle parti (v. Cass., n. 36335-12; n. 12842-13; n. 49568-14; n. 10096-15; n. 34702-15; n. 20237-14).
Ritiene quindi questo giudice che anche a voler seguire, per ipotesi di lavoro, la giurisprudenza più “interventista”, il giudice dell'abbreviato si deve comunque limitare a iniziative istruttorie dotate di sicura concludenza, assolutamente indispensabili, evitando però indagini di mero completamento, magari utili, ma non decisive.
Diversamente opinando, il suo ruolo si sovrapporrebbe a quello del Pubblico Ministero, e “crollerebbe” la struttura accusatoria del vigente rito penale, sottesa all'art. 111 Cost. (“giudice terzo e imparziale”).
6) … e le conclusioni.
6.1 E' agevole, ormai, la soluzione della questione di responsabilità.
E ciò non perché il processo consenta il raggiungimento di una certezza (almeno processuale) sulla dinamica dell'infortunio, ma perché il dubbio irrisolto non può che risolversi a favore dell'imputato, in quanto presunto innocente (art. 27 Cost.).
L'elemento decisivo della provvista probatoria sta (come si è visto sopra) nella mancanza di prova in ordine:
– all'autore della condotta causale, consistita nella creazione delle aperture attraverso le quali avvenne la precipitazione mortale;
– alla consapevolezza dell'imputato in ordine a quella situazione pericolosa.
Fu l'imputato (o altri) a porre in essere quella condotta?
O almeno l'imputato ebbe a prendere atto di quella condotta senza porvi rimedio?
O invece fu la stessa vittima dell'infortunio a realizzarla, o magari altri, all'insaputa dell'imputato?
Come si è visto, la Relazione infortunistica, non scioglie il dubbio.
Né questo giudice trova elementi, nella provvista accusatoria, per motivare diversamente sul punto “al di là di ogni ragionevole dubbio” (art. 533, comma 1, c.p.p.).
La conseguenza di una tale “resa” consiste nell'ammettere la possibilità che sia stata proprio la vittima a creare quelle aperture mortali (magari per realizzare una più fluida e veloce pratica lavorativa).
Quella eventuale condotta del lavoratore avrebbe avuto i connotati della condotta anomala, abnorme, non prevedibile, né ragionevolmente evitabile da parte del datore di lavoro.
Quindi ne risulterebbe quantomeno “spezzato” il nesso causale, nei sensi di cui sopra.
Ma sempre che sia astrattamente ravvisabile in capo all'imputato una sua condotta anch'essa astrattamente causale (dato che, logicamente, può essere interrotto un nesso causale esistente, non certo un nesso casale che non esiste).
E allora, più correttamente (assumendo che la creazione delle aperture mortali sia stata opera della vittima), si dovrebbe parlare non tanto di interruzione del nesso causale (art. 41, comma 2, c.p.), quanto di radicale mancanza del nesso causale (art. 40 c.p.p.).
Ma poiché l'esito assolutorio prescinde da tale opzione (interruzione o mancanza del nesso casale), non serve approfondirla.
6.2 Sarà chiaro, a questo punto, anche il ruolo secondario della asserita (dai CT del Pubblico Ministero) piena ubriachezza in cui la vittima si sarebbe trovata al momento dell'infortunio.
Infatti, anche ammettendo, per ipotesi di lavoro, che la vittima fosse stata perfettamente sobria al momento dell'infortunio, ciò non toglie che la stessa abbia potuto realizzate ugualmente le micidiali aperture.
Ecco perché (nei sensi in rito di cui sopra) non vi è luogo a iniziative peritali officiose circa l'esistenza dello stato di piena ubriachezza della vittima.
Con ciò non si vuole negare il ruolo (che anzi va affermato, prendendo atto della CT in atti) comunque rafforzativo dell' “elemento ubriachezza”.
E' ovvio infatti (per comune massima di esperienza) che quello stato di ubriachezza avrebbe di molto limitato la lucidità dei comportamenti della vittima, facilitando comportamenti irrazionali e non meditati, come la realizzazione di quelle aperture.
Si vuole solo dire che il ruolo (importante, ma non decisivo) di quell'elemento non consente iniziative istruttorie officiose da parte del giudice, dirette a verificarlo ed eventualmente rimuoverlo.
Di esso si deve solo prendere atto”.
Dott. Domenico Potetti

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di Valeria Zeppilli – Che whatsapp sia uno straordinario strumento di comunicazione è cosa fuori di dubbio ma esiste anche chi riesce a utilizzare questa app come strumento di lavoro.
Dai medici che possono inviare referti e immagini ai proprio pazienti, agli architetti o agli ingegneri che possono condividere immagini e progetti. La diffusione in ambito lavorativo sta diventando sempre più ampia.
Forse però la categoria dei professionisti che potrebbe trarre maggiori vantaggi dall'app è proprio quella degli avvocati, se non altro perché debbono in tutti i modi recuperare il tempo che si perde quotidianamente per via delle interminabili attese in udienza. Le lunghe file davanti al banco del giudice sono diventate un vero e proprio incubo per l'avvocatura.
Ma in che modo WhatsApp ci può aiutare ? Sicuramente se ne possono sfruttare alcune caratteristiche che appaiono particolarmente interessanti.
WhatsApp utilizza, ad esempio, uno strumento di riconoscimento vocale molto ben congegnato che può trasformare in testo tutto quello che dettiamo. Compreso la punteggiatura.
Non è difficile quindi dettare il testo di una lettera, di uno scritto difensivo oppure dettare appunti che ci potranno servire per redigere una comparsa.
Basta parlare al cellulare e WhatsApp trasforma le nostre parole in testo e a quel punto ci basterà inviare un messaggio ad altro nostro dispositivo (o a quello di un collega di studio o di un familiare) e tutto si renderà disponibile non solo sul cellulare ma anche sul PC. E questo grazie a WhatsApp Web.
Come funziona WhatsApp Web? Basta collegarsi con il proprio pc a web.whatsapp.com e mantenere acceso il cellulare. La prima volta sarà necessario aprire WhatsApp sul dispositivo mobile e selezionare dal menù la voce WhatsApp Web. A quel punto si dovrebbe attivare un sistema di scansione sul cellulare che va puntato sul QR code che appare sullo schermo.
Una volta che i due dispositivi si sono collegati, anche sul nostro PC possiamo vedere i messaggi inviati e ricevuti con WhatsApp e tutto sarà disponibile come testo anche sul nostro PC.
Insomma con WhatsApp Web qualsiasi appunto o promemoria che abbiamo dettato sarà reso automaticamente disponibile sia su mobile che su desktop. Comodo no?
Leggi anche: “Mobile: le app musthave per avvocati 2.0”

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di Valeria Zeppilli – La legge 104/1992 prevede una serie di sussidi riservati alle persone affette da disabilità e a coloro che si occupano della loro assistenza.
A tal proposito, bisogna fare un'importante distinzione preliminare: l'handicap è cosa diversa dall'invalidità e mentre quest'ultima è il presupposto di numerosi sussidi previdenziali, è il primo ad essere il presupposto specifico dei benefici che invece sono riconosciuti dalla legge 104.
I destinatari della legge 104 L'articolo 3 di tale legge, in particolare, nell'individuare gli aventi diritto alle prestazioni da essa previste stabilisce che è persona handicappata quella che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che le cagiona difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa. Tale minorazione deve essere tale da determinare in capo a chi la soffre un processo di svantaggio sociale o di emarginazione.
Ciò premesso, l'articolo 3 prosegue affermando che le prestazioni stabilite dalla legge 104 spettano alla persona handicappata in relazione alla natura e alla consistenza della sua minorazione, alla capacità complessiva individuale che le residua e all'efficacia di terapie riabilitative.
In ogni caso, laddove l'autonomia personale sia ridotta in modo tale da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale, la situazione di handicap assume connotazione di gravità con conseguente priorità nei programmi e negli interventi dei servizi pubblici.
Valutazione dell'handicap Dal testo dell'articolo 3, insomma, emerge chiaramente che la valutazione dell'handicap (al contrario di quanto avviene, ad esempio, in caso di invalidità) non è connessa strettamente a criteri medico-legali. Essa, piuttosto, è fatta tenendo conto dell'incidenza della minorazione del soggetto che intende beneficiare delle prestazioni sulla sua vita sociale e quotidiana e dei disagi che gli crea nella quotidianità.
Ciò vuol dire che il riconoscimento dell'handicap e, quindi, dei benefici di cui alla legge 104 non è collegato in maniera automatica a una certa percentuale di invalidità, ma è influenzato da una serie di fattori esterni, sociali e relazionali.
Incidenza dell'invalidità al 70% Pertanto, dal solo dato del riconoscimento di un'invalidità al 70% (che peraltro è affidato alla medesima Commissione che valuta l'handicap) non è possibile far discendere automaticamente il riconoscimento dei benefici fiscali e assistenziali riconosciuti dalla legge 104/1992.
Può dirsi tuttavia assai probabile che una tale invalidità, specie se connessa a determinate patologie, porti al riconoscimento dello stato di portatore di handicap.
Peraltro si segnala che nel verbale che viene rilasciato all'esito della visita con la quale è riconosciuto il diritto al beneficio, si distingue tra portatore di handicap, portatore di handicap con invalidità in misura superiore ai 2/3 (quindi anche quello con invalidità al 70%) e portatore di handicap in situazione di gravità.
Concorsi pubblici Solo in due casi la legge 104 fa riferimento espresso anche alla misura dell'invalidità della persona affetta da handicap, in entrambi i casi con riferimento ai concorsi pubblici.
All'articolo 20, infatti, si stabilisce che la persona handicappata che sia affetta da un'invalidità pari almeno all'80% è esonerata dall'eventuale prova preselettiva.
All'articolo 21, invece, è previsto che la persona handicappata con un grado di invalidità superiore ai due terzi (oltre che quella che riporti minorazioni iscritte alle categorie prima, seconda e
terza della tabella A annessa alla legge numero 648/1950), qualora risulti vincitrice di un concorso o comunque sia assunta presso un ente pubblico, ha il diritto di scelta prioritaria tra le sedi che si rendono disponibili.

Vai alla guida: “La legge 104: i permessi retribuiti. Vademecum e testo della legge”

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di Valeria Zeppilli – Ormai da diversi anni, più precisamente con la sentenza numero 232/2012, la Corte costituzionale ha chiarito che, con il passaggio alla regolamentazione civilistica del trattamento di fine rapporto, l'indennità spettante ai dipendenti pubblici non è più calcolata considerando il 9,6% dell'80% della retribuzione, di cui il 7,2% a carico della pubblica amministrazione di appartenenza e il 2,5% a carico del dipendente. Il TFR, infatti, è già da diversi anni calcolato sul 6,91% della predetta percentuale ed è posto interamente a carico del datore di lavoro.
La pronuncia della Consulta, però, nel corso del tempo non ha sortito gli effetti sperati e numerosi enti hanno continuato a praticare il prelievo del 2,5% sulla busta paga dei dipendenti, senza considerare quanto chiarito ormai da diversi anni.
Ciò non vuol dire, tuttavia, che la Corte costituzionale non abbia parlato chiaro: l'articolo 12, comma 10, del d.l. n. 78/2010 è costituzionalmente illegittimo “nella parte in cui non esclude l'applicazione a carico del dipendente della rivalsa pari al 2,50% della base contributiva, prevista dall'art. 37, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 29 dicembre 1973, n. 1032 (Approvazione del testo unico delle norme sulle prestazioni previdenziali a favore dei dipendenti civili e militari dello Stato)”. La trattenuta, insomma, contribuisce a formare il fondo di previdenza dell'Inps – ex Inpdap e di essa deve farsi carico il datore di lavoro, senza alcuna distinzione rispetto a quanto accade nel settore privato in forza del d.p.c.m. del 20 dicembre 1999.
Alla pronuncia del 2012, oltretutto, se ne è aggiunta anche una seconda con la quale la Consulta non ha affatto corretto il tiro, ovverosia la numero 244 del 28 ottobre 2014. Ma nulla si è smosso
Tuttavia, nonostante molte amministrazioni continuino a tapparsi occhi e orecchie, la conclusione è una sola e le trattenute che le pubbliche amministrazioni hanno continuato a praticare anche dopo il 2010 sono illegittime. I loro dipendenti, quindi, possono ottenerne la restituzione.
La giurisprudenza Così ragionando, sono molti i lavoratori che hanno adito i tribunali per avere indietro dall'amministrazione di appartenenza tutto ciò di cui siano stati indebitamente privati.
E molte sono anche le pronunce che hanno sposato quanto sopra detto, non dando rilevanza all'assenza di un esplicito divieto di legge ma, anzi, condannando le PP.AA. di volta in volta convenute a restituire le somme indebitamente sottratte dalle buste paga dei dipendenti.
In tal senso sono andati, ad esempio, il Tribunale di Salerno, quello di Roma, quello di Treviso e, più recentemente, quello di Milano con sentenza numero 742 dell'11 marzo 2016, infliggendo un duro colpo alle amministrazioni pubbliche, controbilanciato da una grande vittoria per i loro dipendenti.
Chi ha diritto al rimborso? Ma chi ha effettivamente diritto al rimborso?
Innanzitutto ci sono coloro che sono stati assunti dopo il 31 dicembre 2000 e che si trovano in regime di TFR.
Ad essi si affiancano, poi, i dipendenti che sono stati assunti prima di tale data e che si trovano in regime di TFS, i quali però hanno diritto al rimborso solo per il 2011 e il 2012. A seguito dell'illegittimità dell'articolo 1, commi 98 e 99, della legge numero 228/2012, infatti, le PP.AA. dovranno restituire anche il 2,69% a titolo di TFS mancante nel periodo transitorio, individuato nelle due predette annualità.
Il rimborso, si segnala, ha ad oggetto un credito esigibile assoggettato a prescrizione decennale.

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